Gli occhi del galgo

Pubblicato il 24 aprile 2016 da antonella landi

Da quando ho cambiato scuola, ne vedo tanti ogni mattina, dentro il parco che la cinge.
Sfidano il vento correndo all’impazzata per sfogare la bomba di energia che hanno dentro. Oppure camminano dolcemente al guinzaglio dell’umano che ha deciso di adottarli.
Due li ho avvicinati e conosciuti di persona: Fuka, che arriva tutti i giorni al seguito di un ragazzo dagli occhi orientali; e Minni, ombra timida al fianco di Francesca, che me ne ha raccontato la storia agghiacciante.

Si chiamano galgos. Sono levrieri spagnoli indiscriminatamente utilizzati per la caccia alla lepre.
A differenza di tutte le altre razze canine, il levriero non è stato creato e selezionato dall’uomo: è un prodotto della natura che compare nei primi graffiti dell’alta Mesopotamia e arriva a noi praticamente intatto.
Fu il primo animale a collaborare con l’uomo: morbosamente attaccato al suo padrone, è pigro e adora dormire, ma -sguardo vigile e muscoli pronti allo scatto- è pronto in un attimo a trasformarsi in un incredibile corridore.
Pare sia tenero, affettuoso, riservato, mai invadente, una discreta presenza al fianco di chi lo accoglie. E’ un cane elegante, maestoso, veloce come il vento quando soffia forte, lieve come una parola gentile.
Disgraziatamente, la sua virtuosità è la sua maledizione: un cane utile per le corse, per la caccia e per tutto ciò che serve all’uomo per aumentare il proprio maledetto reddito, diventa un oggetto che, una volta rotto, inevitabilmente si getta.
Allevati in eccesso, se sono fortunati a fine stagione vengono solo abbandonati. In quantità abominevole vengono invece impiccati ai rami più bassi degli alberi, dove subiscono la morte lenta e dolorosa detta “del pianista” per il frenetico tentativo della vittima di appoggiare per terra le zampe. Se non impiccati, vengono buttati vivi nei pozzi con un peso legato al collo, trascinati dalle macchine, abbandonati per strada con le zampe appositamente rotte; altri vengono uccisi dal fucile del galguero.

In Spagna tutti possono allevare galgos, non esiste nessuna forma di controllo: basta possedere un maschio e una femmina. I cani sono tenuti in condizioni misere, costretti a vivere in baracche o in buchi scavati sotto terra, al buio. Sono nutriti e abbeverati solo lo stretto indispensabile per poter sopravvivere. Il cibo consiste quasi esclusivamente in pane secco. I cani sono brutalmente picchiati e maltrattati. Le femmine destinate alla riproduzione sono costrette a sfornare una cucciolata dopo l’altra. Quando si ammalano o sono completamente sfinite dai continui parti, la loro sorte è l’eliminazione. Qualcuno tiene i propri cani come richiesto dalla legge, ma la maggior parte dei galgueros non li considera esseri viventi, solo oggetti utili per cacciare. Non vengono fatte terapie per i parassiti o vaccini e i cani vivono spesso in condizioni igieniche vergognose in mezzo ai loro stessi escrementi.

Vivono al buio in buche scavate nel terreno, in baracche cadenti o in celle, oppure legati a una catena senza un riparo che li protegga dalla pioggia o dalle fredde notti d’inverno. Soffrono di eczemi e ferite perché nessuno pulisce i luoghi dove sono tenuti. Sono scheletrici e pieni di piaghe perché costretti a sdraiarsi direttamente, con le ossa a fior di pelle, sul terreno duro. Un unico galguero può possedere anche dozzine di cani, la maggior parte senza tatuaggio, microchip o alcun segno d’identificazione. A parte il (deprecabile) momento della caccia, la loro vita scorre senza stimoli. Vivono privi di ogni contatto umano, non ricevono nessuna manifestazione di affetto. Nella maggior parte dei casi arrivano a due o tre anni, poi sono rimpiazzati. Solo le fattrici sono tenute in vita più a lungo.
Condannati a morte già alla loro nascita, non conosceranno mai l’affetto di un umano, né il calore di una casa.

Forse della mia sì.
Mi sto attivando per adottarne uno.
Dopo averli visti da vicino (e dopo aver visitato in due settimane tutti i siti presenti in Rete), non si può restare inermi di fronte agli occhi del galgo.

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