L’ultimo ago

Pubblicato il 26 aprile 2016 da antonella landi

E così otto settimane sono passate, dalla prima volta in cui varcai l’ingresso del centro di medicina cinese Fior di Prugna. Otto settimane iniziate con un’allegra chiacchierata lunga un’ora volta a stabilire l’entità del mio problema, proseguite su un lettino in mutande e reggiseno con il corpo punteggiato di aghi a sorridere dei guai con le dottoresse, ma concluse (oggi) a suon di pianti e colate di mascara.
“Su, non fare così…”
“Ma perché non posso continuare?”
“Perché il protocollo prevede che dopo otto sedute la paziente sospenda il trattamento per un anno. Il prossimo aprile ti aspettiamo!”
“Il prossimo aprile è lontanissimo, come farò senza il mio appuntamento del martedì?”
“Intanto ti abbiamo insegnato a farti da sola la moxa e ti abbiamo fatto i segni con il pennarello sulle zone in cui dovrai applicarla: appena sopra il pube e appena sotto le ginocchia. Tu penserai a noi ogni volta in cui te la farai.”
“Ma chi si prenderà cura dei miei polsi? E chi mi guarderà la lingua?”
“La lingua ormai puoi guardartela da sola allo specchio, adesso sai com’è quando c’è uno stato di stress e come dev’essere quando c’è uno stato di benessere, salute ed energia.”
“Ma nessuno mi metterà più gli aghi nella pelle.”
“No, gli aghi nella pelle non te li metterà nessuno, ma tu devi stare tranquilla e devi avere fiducia nel tuo corpo e nelle tue risorse fisiche e psicologiche.”
“Allora addio?”
“Allora arrivederci.”

Dei miei polsi, della mia lingua, degli aghi e della moxa non me ne frega niente.
A me piaceva sapere che tutti i martedì alle 13 c’erano due dottoresse dolci e gentili ad aspettarmi per accarezzarmi il corpo, coprirlo con un velo bianco e impalpabile, abbassare le persiane della stanza per creare la penombra e augurarmi un buon pisolo.
A me piaceva avere quell’angolino tutto mio dove accucciarmi, sentirmi autorizzata a pensare tutto quello che volevo e a dire tutto quello che pensavo. Avere venti minuti netti per essere ingoiata dal sonno più profondo, abbandonarmi ai sogni più sfrenati e riemergere stremata ma leggera. Dare la stura alle angosce e piangere quanto mi pareva, anche con la voce e coi singhiozzi, mentre le lacrime mi scivolavano sui lati del viso e mi entravano dentro i buchi delle orecchie.
Per me era bello giungere in quel luogo e come prima cosa spogliarmi di tutti i miei vestiti e restare nella nudità di chi non vuole trattenere le emozioni. E alla fine della seduta rivestirmi, mentre la dottoressa Federica mi dava delle dritte esistenziali e la dottoressa Silvie mi raccomandava: “Prima di andare a casa, passa dal vivaio di Gavinana e comprati una pianta di mughetto: il suo profumo ti curerà.”

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