Contro la capaccina

Pubblicato il 24 ottobre 2016 da antonella landi

Complice un fine settimana impegnativo, stamani ho un’accetta piantata nella tempia destra e un piccone conficcato in quella sinistra. All’intervallo, dopo tre ore di spiegazione, sono a pezzi. A nulla valgono i semi da uccello, i crackerini freschi, il mocaccino caldo, la litrata d’acqua naturale scolata nel corso delle prime tre ore, la melina addentata nel parco.
“Vieni con me” dice Esoterica, collega esperta in cure alternative, e mi porta in infermeria.
“Mettiti qua in piedi bella dritta, le braccia allungate lungo il corpo, e rilassati.”
Sto agli ordini. Mi infila due dita a metà delle cosce esterne e preme, preme, preme. Vedo le stelle, ma taccio. Fa la stessa cosa nella metà delle cosce interne. Mi verrebbe da ululare, ma sopporto in silenzio. Mi picchietta il decolté. Mi tamburella la schiena a suon di cazzottini. Poi mi prende le mani: tra il pollice e l’indice, dove c’è quella ciccina morbida, mi fa un pizzicotto lungo un minuto. Sto per svenire dal dolore.
“Respira! Respira! Respira!” ordina perentoria.
Respiro.
Passa tutto.
Fresca come una rosa torno in classe.
Lei, nel frattempo, medita di chiedere il distaccamento dalla didattica e mettersi a disposizione del corpo docente quando si sente un po’ acciaccato.

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