A lezione con Salgado

Pubblicato il 23 gennaio 2017 da antonella landi

“Prima di iniziare a spiegare Storia, ragazzi, lasciate che vi dica dove sono stata ieri. A Forlì. C’era la mostra di Sebastião Salgado, il più grande fotografo documentario del nostro tempo, reso celebre (anche) dal film di Wim Wenders Il sale della terra (che vi consiglio caldamente di vedere). Salgado è brasiliano, è nato nel 1944 ad Aimorés. A 16 anni si è trasferito nella vicina Vitoria, dove ha finito le scuole superiori e ha intrapreso gli studi universitari. Nel 1967 ha sposato Lélia Deluiz Wanick. Dopo ulteriori studi a San Paolo, i due si sono trasferiti prima a Parigi e quindi a Londra, dove Sebastião ha lavorato come economista per l’Organizzazione Internazionale per il Caffè. Nel 1973 è tornato insieme alla moglie a Parigi per intraprendere la carriera di fotografo, lavorando prima come freelance e poi per le agenzie fotografiche Sygma, Gamma e Magnum, per creare poi insieme a Lèlia la Agenzia Amzonas Images. Sebastião ha viaggiato tutta la vita, occupandosi prima degli indios e dei contadini dell’America Latina, quindi della carestia in Africa verso la metà degli anni Ottanta. Le immagini di queste esperienze sono confluite nei suoi primi libri. Tra il 1986 e il 2001 si è dedicato principalmente a due progetti. Prima ha documentato la fine della manodopera industriale su larga scala nel libro La mano dell’uomo e nelle mostre che ne hanno accompagnato l’uscita. Quindi ha documentato l’umanità in movimento, non solo profughi e rifugiati, ma anche migranti verso le immense megalopoli del Terzo mondo, in due libri di grande successo, In cammino e Ritratti di bambini in cammino. La mostra che ho visto s’intitola Genesi, è il suo ultimo grande lavoro, nato da un viaggio alla scoperta della bellezza nei luoghi più remoti del pianeta, durato 8 anni. Il frutto di questa curiosità sono le oltre 200 fotografie esposte in mostra, che ci raccontano con sguardo straordinario ed emozionante luoghi che vanno dalle foreste tropicali dell’Amazzonia, del Congo, dell’Indonesia e della Nuova Guinea ai ghiacciai dell’Antartide, dalla taiga dell’Alaska ai deserti dell’America e dell’Africa fino ad arrivare alle montagne dell’America, del Cile e della Siberia. Si tratta di uno sguardo appassionato sulla necessità improcrastinabile di salvaguardare il nostro pianeta, di cambiare il nostro stile di vita, di assumere nuovi comportamenti più rispettosi della natura e di quanto ci circonda, di conquistare una nuova armonia. Davanti ad alcune immagini sono rimasta abbagliata, c’era una forza strana e indicibile nelle foto esposte, e quando la mostra è finita ho provato l’enorme dispiacere di dover lasciare quanto avevo visto. Non è solo un’esposizione: è un urlo di pace, un inno alla natura. Per questo mi permetto di insistere con voi, che studiate arte e fotografia: fatevici portare dai genitori, andateci con gli amici come ho fatto io, regalatevi una giornata di bellezza. Bene, adesso iniziamo la lezione.”

Mentre lo dicevo, mi sono accorta che la vera lezione era appena finita.

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