Perché non sanno scrivere

Pubblicato il 9 febbraio 2017 da antonella landi

Una lettera firmata da più di 600 persone: docenti universitari, accademici della Crusca, storici, filosofi, sociologi ed economisti. E poi inviata al governo. Vi si denuncia lo stato di abissale e allarmante ignoranza in cui versano gli studenti che si iscrivono all’università senza possedere neanche competenze da scuola elementare.
Cosa si può dire a commento di una notizia che ha sollevato tanto polverone? Si può prima di tutto dire che purtroppo è vera. Si può poi citare Pasolini, che in tempi non sospetti previde quanto i mass media ci avrebbero resi imbecilli. Ma non ci possiamo accontentare di un’ammissione e di una citazione. Bisogna cercare almeno qualche ragione.
Per farlo, ho pensato di parlarne proprio insieme a loro, i miei studenti. Fanno la quarta, tra un anno e mezzo lasceranno il liceo per andare all’università. Eppure alcuni di loro scrivono dà senza l’accento e qual è con l’apostrofo, po’ con l’accento e ce n’è in modi fantasiosi che preferisco non trascrivere. Qualcuno non padroneggia l’acca nel verbo avere. In diversi litigano con la sintassi del periodo, partoriscono anacoluti, pensano che i segni d’interpunzione siano opzionali.
Eppure io correggo accuratamente i loro scritti, lascio su quei fogli ore di vita, spiego, motivo, minaccio, punisco, costringo addirittura certi pennelloni di un metro e ottantacinque a riempire pagine di quadernone con la versione giusta della parola sbagliata. Serve a poco, a pochissimo. “Perché, secondo voi?” chiedo oggi a fine lezione.
Perché la correzione di certi errori si acquisisce da bambini e alle scuole elementari (fiore all’occhiello dell’istruzione italiana), per dedicarsi alle tante (troppe?) materie previste e pianificate, si trascurano le tre attività fondamentali a quell’età: amare la lettura, padroneggiare la scrittura e andare in tasca alla calcolatrice. Perché alle scuole medie qualcuno pensa che la grammatica si sia già fatta alle elementari e si dedica ad altro. Perché i genitori si sostituiscono ai propri figli nello svolgimento dei compiti per casa, ma non alimentano (con presenza, fatica e dedizione) l’amore per la lettura. Perché le famiglie cedono alla lusinga comoda e fallace del telefonino e ne comprano uno anche ai più piccini. Perché anche il governo caldeggia l’uso massificato della tecnologia nelle scuole. Perché quasi più nessuno pretende dai ragazzi un testo scritto in corsivo e quasi tutti accettano lo sdoganamento selvaggio dello stampatello. Perché tra corsi, corsini e corsetti la scuola butta via un sacco di tempo prezioso che potrebbe dedicare all’educazione ortografica. Perché il progettismo dilagante in tutti gli istituti sposta altrove l’attenzione. Perché l’inclusione a tutti i costi livella al basso l’apprendimento dei ragazzi. Perché la Rete diffonde, convalida e rafforza strafalcioni. Perché una volta accendevi la televisione e appariva Enzo Biagi, l’accendi oggi e appare Barbara D’Urso. Perché tanto alla maturità dall’anno prossimo dovranno ammetterti anche se hai 5 in Italiano. Questo l’hanno detto loro, i diciottenni che ho in classe tutte le mattine.
Questa invece la racconto io. Un quotidiano nazionale online ha realizzato un video a dimostrazione dell’ignoranza dilagante tra i ragazzi: l’indicativo imperfetto del verbo benedire? Io benedivo, ha risposto una ragazza intervistata. La giornalista l’ha corretta: si dice io benedicevo. E invece no: si dice in entrambi i modi. E allora, di che cosa ci lamentiamo?

(oggi sull’inserto fiorentino del Corriere della Sera)

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