Quello che ci frega

Pubblicato il 17 settembre 2017 da antonella landi

Mentre aspettavo che il 15 settembre arrivasse e la scuola ripartisse, riflettevo. Riflettendo, mi venivano spontanee certe domande. Tipo. Ma la ministra, che caldeggia l’uso degli smartphone in classe, in una classe c’è stata mai? Non dico quando a scuola ci andava lei come alunna. E non dico nemmeno nelle vesti di insegnante. Diciamo come visitatrice. Come turista. Ha mai fatto un giretto nelle aule dell’ultimo decennio (ricorre giustappunto il decimo compleanno dell’iphone), per vedere come la nostra vita si è drasticamente e mostruosamente trasformata dopo l’invenzione di quel marchingegno? Io penso di no. E me ne rammarico. Perché una ministra dell’istruzione, prima di accettare questo incarico, dovrebbe passare (almeno) qualche mese a pellegrinare nelle scuole d’Italia, di tutti gli ordini e indirizzi. Ma non in visita ufficiale, quando tutti la aspettano per mostrare la faccia migliore di sé. Alla zitta, quasi di nascosto, come quando si dice vorrei essere una mosca. Ecco, io avrei voluto che la ministra, prima di fare la ministra, avesse fatto la mosca per un po’. Si sarebbe resa conto coi suoi stessi occhi (quelli delle mosche oltretutto sono composti, cioè formati da migliaia di ommatidi, ossia occhi elementari, e quindi capaci di percepire anche i minimi movimenti) che venticinque, ventisette, trenta alunni (tanti ce ne mette in ogni classe) con altrettanti aggeggi tra le mani equivale alla morte della scuola. Eppure a me quell’aggeggio piace. Riconosco che in tanti aspetti ha migliorato la nostra vita quotidiana (mi fa da telefono, orologio, cartina geografica mondiale, calendario, contapassi, passatempo, agenda, diario, bloc notes, macchina fotografica, telecamera, album di fotografie, stereo, cinema, televisione), ma a scuola, vi prego, no. Almeno non col placet di una ministra. Non con una circolare scaturita dal lavoro di una commissione ministeriale creata appositamente per dettare le linee guida sull’utilizzo dello smartphone in aula. A scuola ci sono oggetti molto più affascinanti, i laboratori, le Lim. A scuola ci sono i libri. Che poi a dirla tutta a me capita di dire ai miei studenti: prendete il cellulare che vi mando in diretta la foto della pagina di questo libro che voi non avete. Ma voglio essere io a decidere se, quando e come dirlo, non voglio che una commissione ministeriale (di persone che, come la ministra, probabilmente non mettono piede a scuola da vent’anni) si riunisca per dirmi come devo fare. Ho una classe di studenti bravissimi e maturi a cui lascio tenere il cellulare sopra il banco perché so che l’uso che ne fanno sarà certamente buono. Ho un’altra classe in cui giro con il mitra puntato e se ne scovo uno a spippolare con quelle scatoline lo massacro. Mi hanno educata all’autonomia dell’insegnamento, bene: mi lascino essere autonoma.
E insomma, mentre aspettavo il suono della prima campanella per entrare in quinta liceo, mi domandavo un’altra cosa: ma perché la solita ministra (come altri che l’hanno preceduta) ha tutta questa fretta di accorciare i tempi delle scuole superiori, tanto da farle finire in quarta? La ragione pare sia l’allineamento alle scuole degli altri Stati europei. A parte il fatto che molti Stati europei fanno come noi, ma poi chi se ne importa di allinearci agli altri? Agli studenti, che sempre si lamentano della scuola finché ci sono dentro come impone il gioco delle parti, andarsene da scuola dispiace. Il primo giorno di quest’anno, venerdì scorso dico, c’era la fila dei neodiplomati venuti a piagnucolare intorno ai loro ex docenti e a dire loro quanto ci mancate. A parte questo, quali benefici, occasioni straordinarie, lavori pagati, atenei meravigliosi, prospettive da sogno ci sono là fuori ad aspettarli? A scuola non ci si sta solo per ingozzarsi di programmi sempre più zippati: ci si sta perché è bello starci. E formativo. E umano. E esperienziale (visto che la parola va tanto di moda). La scuola non è un ufficio di collocamento che deve muoversi nella logica del mercato e del profitto. Non si studia solo per lavorare.
E quindi, mentre varcavo il portone gigantesco dell’edificio di Porta Romana e mi preparavo a rivedere il gigantesco ottagono col Dioscuro nel mezzo, ero un po’ incupita, un po’ demotivata, un poco spenta da quello che ho letto nell’estate e che mi ha tolto un po’ dell’entusiasmo cieco necessario per questo mestiere. Poi li ho visti. Mi sono venuti incontro. Mi hanno buttato le braccia al collo. Mi hanno detto la aspettiamo in aula. Sorridevano, erano luminosi, erano bellissimi. Ecco cosa ci frega, a scuola. Gli studenti. La politica agisce ottusamente, la società rema contro, le prospettive sono fosche. Ma tu lavori guardando venticinque, ventisette, trenta ragazzi negli occhi ogni giorno. E’ a loro che devi rendere conto prima che a ogni altro. E quindi ti scordi dello smartphone della ministra, dell’accorciamento dei licei, di tutto quello che hai letto sui giornali nell’estate, varchi la soglia, raggiungi la cattedra, ci appoggi sopra la borsa con i libri, sfoderi un bel sorriso, dici buongiorno, bentornati, sono felice di vedervi. E ricominci.

(sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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