Magico Folco

Pubblicato il 22 febbraio 2018 da antonella landi

Le luci dell’aula magna si sono spente, si è fatto un silenzio totale, ed è partito un canto: la registrazione dell’ululato notturno di un branco di lupi.
E’ iniziato così l’incontro con Folco Terzani al Liceo Artistico di Porta Romana, dove ho la fortuna di insegnare.
Folco era arrivato poco prima insieme a Nicola Magrin, l’illustratore del suo ultimo libro (Il cane, il lupo e Dio), capelli lunghi e sorriso aperto entrambi, una luce sincera negli occhi e tanta curiosità per quello che sarebbe di lì a poco avvenuto. Forse però neanche loro immaginavano tanto.
Folco ti abbraccia come tutti ci dovremmo abbracciare: a lungo, intensamente, senza fretta, con dedizione. Abbraccia me e la collega che ha curato la corrispondenza con lui e la pianificazione di questa inconsueta giornata. Poi alza gli occhi e vede l’ottagono, l’atrio magnifico del nostro istituto. Sì, Folco, hai ragione, studiare e lavorare qui dentro, in mezzo a tanta bellezza, aiuta, gratifica e gasa.
Quando lo accompagniamo in aula magna, tra i ragazzi c’è già l’aria frizzantina dell’attesa. Loro lo guardano e pensano: dunque è lui che ha scritto quel libro, è lui che aveva quel padre speciale. Lui li guarda e pensa: dunque sono loro quelli con cui passerò le prossime tre ore, sono loro che mi faranno domande.
E poi si comincia.
La preside (dottoressa Laura Lozzi) presenta i due ospiti, la mia collega (Alessandra Bidut) presenta l’iniziativa, io presento le classi: la quinta, da cui tutto ha avuto inizio e con cui tutto trova un senso; la quarta, concentrato di cuori sensibili e teste pensanti; e due prime, aggiunte all’ultimo perché ci siamo detti che forse erano pronte anche loro (e non ci sbagliavamo) per un’esperienza così alta e preziosa.
Con il suo viso spigoloso e le sue sopracciglia folte, Folco è quello che si dice un uomo bello. Ma bello è soprattutto quando apre bocca. Il tono della sua voce è alto, il ritmo del suo eloquio serrato; la passione che mette in quello che dice e in quello che fa potente. Cosa fa, Folco? Viaggia. Tantissimo. Spessissimo. Lontanissimo. E cosa dice? Di non rinunciare al proprio sogno. Di non accettare un “secondo lavoro” aspettando tempi migliori per il primo, o il primo non arriverà mai. Di essere disposti ad affrontare tutto, anche la depressione, anche la povertà, pur di inseguire il progetto della propria esistenza. Di accettare la sfida che ci fa più paura, di più: di andarle incontro.
E anche se la sua personalità è così prorompente, ecco che nell’arco della mattinata si fa spazio suo padre. Tiziano, il vecchio saggio, irrompe in aula magna e si siede in mezzo a noi ad ascoltare suo figlio che racconta di essere “nato in una valigia”, a New York, e dopo pochi giorni di essere venuto in Italia; ma dopo tre soli mesi di essere partito di nuovo alla volta, stavolta, dell’Oriente. Non quello medio: quello estremo, il Sud-Est asiatico, quello della Cina, del Vietnam, della Thailandia, dove Tiziano trascinò la sua famiglia spedendo un minuscolo Folco (in lacrime) a studiare in una scuola cinese. Eppure quelle che furono le esperienze più dure sono diventate la sua forza più indomabile, le paure di ieri il coraggio di oggi.
Da cosa nasce il tuo libro? Come è nato il sodalizio artistico con Nicola? Perché nel tuo romanzo il Cane non ha un nome? Cosa dobbiamo fare per realizzare i nostri sogni? Quali scelte dobbiamo fare una volta conseguito il diploma? Tuo padre è stato ingombrante per te? Tante domande per Folco. Anche lui ne pone qualcuna, ma in fondo una sola, grande così, per i duecento ragazzi che lo ascoltano: dove volete andare? Chi volete essere? Che tipo di mondo e di vita cercate?
Ne nasce un dialogo paritario, una serie di confidenze intime da non trattenere con gelosia imbarazzata ma da condividere con trasparenza intellettuale. E quando prova a dare delle risposte, pur ammettendo di non poterlo fare, Folco lo fa: non lasciatevi irretire, non entrate subito nell’ingranaggio, prendetevi un anno sabbatico, partite verso una destinazione ignota anche a voi stessi, abbiate fiducia che qualcosa succederà e vedrete che succederà davvero, il mondo (a guardar bene) funziona grazie al sole e non grazie all’economia e alle banche, non siate antropocentrici, la natura non sta sotto di noi, sta di fianco a noi, tornate francescani, siate aperti alla critica, credete nella magia dell’impegno ed essa vi ripagherà, la scuola non è tutto anzi a volte è insufficiente, ma tutto quello che la scuola non può dare ve lo andrete a cercare da soli, forti delle basi culturali maturate tra i banchi.
Accanto a lui, il pittore Nicola Magrin lo guarda, lo ascolta, sorride.
La loro amicizia (incredibile a dirsi) nacque proprio nel parco di questo liceo: Tiziano era morto da poco e Nicola inviò alla famiglia Terzani alcuni acquerelli che ritraevano il vecchio saggio sulle montagne dell’Himalaya in compagnia di alcuni corvi. Ma nessuno poteva sapere che Tiziano sull’Himalaya passava il suo tempo proprio insieme ai corvi, nessuno tranne Folco. Che decise di contattare Nicola e di invitarlo a casa per conoscere lui, la sorella e la mamma. Anche così nasce un’amicizia, anche così nasce un progetto artistico. Perché fare un progetto con un amico dà forza ad entrambi, solidifica il progetto stesso e lo trasforma in atto compiuto con la morbidezza e la spontaneità con cui Nicola ha fatto in diretta quell’acquerello gigante (un asceta indiano a gambe incrociate, un lupo davanti a lui, e tra loro una ciotola di legno appoggiata per terra) mentre una web-cam lo riprendeva e proiettava l’immagine sullo schermo luminoso.
“Siamo tutti scombussolati, con la testa piena di quello che è stato detto, ci vorranno giorni per rielaborare questa mattinata, siamo in crisi nera.”
Quando i ragazzi ti dicono così, vuol dire è andata benone.

(Sull’inserto fiorentino del Corriere della Sera)

L’animale più odiato dall’uomo (il lupo) e quello da lui più amato (il cane) non sono in realtà lo stesso animale?

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