Testate

Pubblicato il 28 febbraio 2018 da antonella landi

Leggi gli articoli di cronaca che narrano di docenti percossi da genitori e pensi sempre: menomale a me non capita mai qualcosa di così atroce. Poi arriva un certo giorno.
Chiamerò *** il protagonista di questa storia (sfortunatamente vera) ricorrendo agli asterischi di Manzoni quando voleva fare il misterioso e non rivelare i nomi di luoghi o persone nel Romanzo. *** potrebbe essere maschio o femmina, giacché non ne rivelerò nemmeno il sesso. *** siede tra i banchi di una delle mie tre classi di quest’anno, ma perlopiù si limita a scaldare la sedia, dal momento che non fa praticamente niente. Quando non si dedica alla raffinata arte della forca, assiste alla lezione partecipando raramente: il suo quaderno resta quasi sempre a casa, i suoi libri sono pressoché intonsi, le sue consegne inevase, la sua testa perennemente altrove. Quando giunge lo scrutinio del primo quadrimestre, *** incassa e porta a casa sette insufficienze, accompagnate da una letterina elettronica che invita i suoi genitori a presentarsi a colloquio con i professori interessati. Mi si palesa infatti suo padre. Un uomo dall’aspetto distinto, dall’eloquio elegante. Cerco con lui un angolo tranquillo della scuola, ove riceverlo con la calma necessaria e dedicargli tutta l’ora del colloquio settimanale riservato alle famiglie. Il caso è delicato: se *** si ostinasse a mantenere il medesimo costume scolastico adottato finora, potrebbe profilarsi all’orizzonte una drastica bocciatura a giugno. “Stiamo cercando di recuperare –afferma il genitore, parlando al plurale, quando in realtà chi dovrebbe cercare di recuperare non è altro che ***- giusto l’altro giorno abbiamo lavorato alla ricerca di Storia che lei ha assegnato per casa. Abbiamo fatto un buon lavoro e gliel’ho detto: se a questo giro la Landi non ti dà (non dico 10) almeno 9, vengo io a scuola e alla Landi do una testata sulla faccia.” Ha detto così. Una testata sulla faccia. E lo ha detto a me. Che sono proprio colei a cui il temerario genitore, nel caso in cui il mio voto non dovesse soddisfarlo, vorrebbe tirare una testata. Cioè “la Landi” (senza “professoressa”, troppo lungo, costa fatica).
Per chi non lo sapesse, dìcesi “testata” quel tipo di colpo assestato (generalmente sul setto nasale, o più in generale in qualsiasi parte del volto) usando la propria testa come oggetto contundente. La cinematografia statunitense pullula di scene che ritraggono testate. In Italia, il giornalista andato a Ostia a intervistare Roberto Spada, fratello del noto boss malavitoso, potrebbe fornirne un’accurata descrizione esperienziale. Ma torniamo alla nostra storia.
Chiedo al padre di *** se abbia una vaga coscienza di quello che ha appena detto. Egli, probabilmente notando l’orrore dipinto sul mio volto, minimizza. Recalcitrante alla minimizzazione di una frase tanto grave, pongo di nuovo la stessa domanda: lei si rende conto di ciò che mi ha appena detto?
Sì, se ne rende conto. Ma sono io che l’ho presa male. Il suo è un modo di dire. Uno scherzo. Un “gioco” (virgoletto a fedeltà di citazione) che fa sempre con ***. E mi spiega che quell’espressione non sottende violenza, assolutamente, anzi, come ho potuto solo pensarci?!
Infatti io non ho pensato alla violenza. L’orrore che quell’uomo ha visto sul mio viso non era dato dalla paura di buscarne, ma da qualcosa di più grave che in gergo chiamerei la “comunella”. Fare comunella con i propri figli mettendosi in società con loro contro gli insegnanti è una pratica disdicevole e molto pericolosa. Fa passare un messaggio che dice: guardami bene, non sono tuo padre, sono il tuo amico, il tuo socio, di più, sono il tuo complice, per cui tu non preoccuparti di nulla, ci sono io ad andare in avanscoperta per te e a prendere a testate chiunque si permetta di non darti il voto che io deciderò per te. Metaforicamente, certo. Ma le metafore, quando si è adolescenti, sono come la realtà. Quel padre probabilmente non mi prenderebbe mai a testate. Ma, solo dicendolo al frutto del suo seno, è come se lo avesse già fatto. Ha preso a testate me, la materia che insegno, la scuola in cui lavoro, i miei colleghi, la mia preside, l’istituzione scolastica in generale, e perfino il ministero dell’Istruzione.
E io? Intanto ho raccontato (per iscritto, nero su bianco) l’increscioso episodio alla mia Dirigente. Poi si starà a vedere.

(Oggi, sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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