La casa de papel

Pubblicato il 11 aprile 2018 da antonella landi

Durante il forum di qualche settimana fa gli studenti della mia quinta, anziché partecipare alle attività proposte, decisero di chiudersi nell’aula 159 e sfruttare quelle ore per studiare e lavorare alla tesina d’esame. Li raggiunsi piena d’entusiasmo e intenzionata a dargli mano. Non sempre, però, la mia presenza garantisce impegno e concentrazione.
“Profe, come va con Netflix, cosa sta guardando ultimamente?”
Se li avesse garantiti, infatti, avrei dovuto dire: “Tutti zitti, teste chine e lavorare!”
“Ho un momento di stallo -risposi invece- Dopo The end of this f***ing world non ho trovato un’altra serie che regga il confronto. Mi sono fatta qualche puntata di Rita, l’insegnante danese tosta e cazzuta. Qualche filmino. Ma nulla di che.”
Fu l’inizio della fine. Perché Anarchica se ne saltò fuori con una lista di titoli a suo dire assolutamente imperdibili. Su tutti troneggiava una serie spagnola firmata dal regista Alex Pina.

Otto persone vengono reclutate per una rapina estremamente ambiziosa: irrompere nella Fábrica Nacional de Moneda y Timbre, la zecca nazionale spagnola di Madrid, stampare 2400 milioni di euro e fuggire con una refurtiva destinata a cambiare le loro vite. Si tratta di specialisti del furto, gente che non ha niente da perdere, poiché già pregiudicata e nota alla polizia. A sceglierli e prepararli al colpo più grosso del secolo è Il Professore, un uomo privo di identità sociale che non rinnova i propri documenti da anni e per lo Stato praticamente non esiste. Neanche gli otto componenti della banda devono conoscere il vero nome degli altri, per cui ciascuno sceglie per pseudonimo un nome di città: Tokyo, Berlino, Rio, Nairobi, Denver, Mosca, Oslo e Helsinki.
Il gruppo si ritira in una villa isolata e fatiscente nei dintorni di Toledo e lì, per cinque mesi, pianifica nei minimi dettagli la rapina.
Una mattina (mi son svegliato/ o bella ciao/ bella ciao/ bella ciao ciao ciao) gli otto indossano una tuta rossa con cappuccio, calano sul volto la maschera di Dalì e irrompono alla zecca.

Thriller, furti, ostaggi, sparatorie, agguati, fughe, inseguimenti, nascondigli: niente di tutto questo mi è mai interessato. Per questo dissi ad Anarchica: “Non fa per me.” Poi però, una volta rientrata, detti il via al primo episodio de La casa di carta.
Il giorno smise improvvisamente di essere fatto per vivere; la notte cessò di essere il momento dedicato al sonno. Fatta eccezione per le ore da passare a scuola e il tempo da dedicare a Bobi, tutte le altre occasioni furono risucchiate dall’avventura di quei nove personaggi, mi ritrovai volutamente prigioniera della zecca insieme a loro e (colpita da una forma gravissima di sindrome di Stoccolma) perdutamente innamorata di Berlino.
Un bruttissimo giorno l’ultimo episodio della prima serie finì e io toccai con mano il senso delle espressioni horror vacui e depressione da nido vuoto.
“Tranqui profe -disse Anarchica- il 6 di aprile arriva la seconda!”
Inizialmente mi chiusi in un taciuto conto alla rovescia: con che coraggio avrei potuto confessare la mia dipendenza? Chi (a parte Anarchica e pochi altri) avrebbe potuto capirmi? Ma poi mi dedicai al proselitismo con una certa cura capillare.
“Tu che sei patita delle serie -chiesi a CoAutrice- conosci La casa di carta?”
“Mai sentita” mi rispose.
Con una serie di domandine apparentemente innocue (come hai fatto a vivere finora?, che senso ha la tua esistenza?, come puoi pensare di raggiungere le più alte vette del piacere fisico e mentale?) la spinsi al tablet. E una.
Poi lo dissi a mio fratello. E due.
A quegli studenti che non l’avevano mai vista. E tre, quattro, cinque, dieci.
Addirittura ai primini. E ventinove, tutti in una botta.
Tutti cadevano nella rete della dipendenza. Mi sentivo sempre meno sola.
Quando giunse il 6 di aprile.

La prima serie si era arrestata sul più bello. L’ispettore di polizia, una donna piena di fascino e problemi personali di nome Raquel, stava per sgamare Il Professore.
La seconda ripartiva proprio da lì, da quella scena nel casolare di Toledo (non spoilero oltre, giuro).
Complice un’invalidante cefalea di natura forse psicofisica, scivolai sotto il piumone insieme a Bobi e ci rimasi una ventina d’ore. Tra stati di veglia, pathos e sonno rinfrancante mi sparai le nove puntate inedite, fino al finale, pirotecnico, esagerato, mastodontico, meraviglioso, rivisto almeno diciotto (forse venti) volte.

Al momento io non parlo d’altro.
Chi vuole discorrere con me, prima deve guardarsi le due serie, perdere la testa per uno dei personaggi (guai a chi pensa di rubarmi Berlino) e poi abbandonarsi a memorie e citazioni di una storia che è più bella del più bel libro letto.
Dimenticavo, deve anche cantare (sottovoce o a squarciagola) Bella ciao.

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