Toc toc

Pubblicato il 5 ottobre 2018 da antonella landi

Prima ora.
Classe 3B.
Argomento della lezione, Incontro con l’autore: Dante Alighieri.
C’è silenzio assoluto.
Anche perché pochi minuti prima si son presi un cazziatone per quei quadernoni non apparecchiati come voglio io.
Bussano alla porta.
Nemmeno il tempo di dire avanti, che entra lei, trafelata, col fiatone di chi ha salito a corsa le scale, lo sguardo misto tra ansia e pentimento.
“Profe scusi scusi scusi, l’autobus, il traffico, ritardo, permesso”.
Farfuglia molte più parole, ma io capisco solo queste.
E la fisso per riconoscere chi sia, perché la classe è nuova e io non li conosco ancora bene, ma strizzo gli occhi, e la vedo.

L’Anarchica.
Voglio dire.
La mia Anarchica.
Della solita, medesima, identica classe.
La 5H dell’anno scorso.
E lo so che v’è venuta a noia questa tiritera, ma a questo punto non è colpa mia.
È colpa loro.
Che a turno mi piombano a scuola, in ottagono, in sala professori, in corridoio, ora addirittura in aula mentre faccio lezione, col solo scopo di distruggermi.

L’Anarchica (che tre anni fa si guadagnò l’epiteto grazie alla sua scrittura sprezzante delle regole) in un’estate sola ha perso quasi dieci chili. E prima tutto era fuorché grassa. Per cui adesso è una silfide. Altissima come la sua mamma (la nutrizionista che l’anno scorso venne a tenerci quella splendida lezione su come bisognerebbe alimentarci), con un vitino d’ape, una maglietta a righe e un paio di jeans cuciti addosso, entra in quella classe non sua con fare disinvolto, del tutto a suo agio nonostante lei sia molto riservata, e si va a sedere proprio al primo banco (dopo che per un triennio si era sempre defilata nelle retroguardie sfruttando teste altrui per celare le faccende in cui si affaccendava durante la lezione). Si piazza lì, e mi guarda, il sorriso sornione, l’aria di chi la sa lunga.
“Non sentirti obbligata a restare -le dico- Vai pure a salutare le altre colleghe.”
“Nonò -risponde l’Anarchica, anarchicamente- resto molto volentieri qui da lei.”
E mi tocca tenercela, perché non posso, lì di fronte a tutti, dirle che vederla di nuovo dietro un banco mi strazia il cuore e mi risucchia indietro, proprio laggiù in fondo da dove cerco di uscire, il gorgo nero dei ricordi che t’impediscono di andare avanti e di costruire ricordi nuovi. Non posso confessarle che, nonostante le abbia fatto lezione per tre anni, a farle questa lezione mi vergogno perché ormai la vedo grande, ormai la so lontana dalle dinamiche scolastiche, libera dall’obbligo di starmi a sentire e poi studiare e poi venire interrogata. Mi sento così in imbarazzo che perdo fili del discorso dappertutto e mi viene qualche balbettìo, qualche incertezza, e mille domande tipo: cosa penserà in questo momento, con quali occhi mi starà guardando, che cosa proverà adesso che è di nuovo in questa stanza dove tante volte facemmo lezione tutti insieme, ma i suoi compagni non ci sono più e intorno a lei ci sono solo facce nuove? Non le verrà un po’ di magone come a me, a guardarmi scrivere alla lavagna, fare le voci strane, scenette sceme per mantenere sempre alta l’attenzione di tutti?
Chissà cosa passa nella testa dell’Anarchica. Chissà cosa nel suo cuore. Lei così discreta, così riservata, a volte la sentivo distante da me, e ostile se la richiamavo perché mi stesse più vicina. E invece guardala qua, stamani, il viso disteso, il sorriso aperto, le frasi fluide con cui mi parla di cosa sta per accaderle.
Partirà presto per Londra e farà il provino per entrare all’università di Recitazione per realizzare il suo sogno e vivere di cinema.
Quando se ne va, due ore dopo, la guardo allontanarsi.
La ragazzina che era non esiste più.
Al suo posto è sbocciata una giovane donna pronta a mangiarsi il destino.

Comments are closed.