Wò ài nì mèn

Pubblicato il 19 settembre 2010 da admin

Non saprei ridire con precisione com’è andato il discorso.

Fatto sta che io sono entrata, loro si sono alzati come gli ho detto di fare il primo giorno e hanno detto buongiorno, ho provato a sorridere mentre rispondevo buongiorno anche a voi, poi mi sono seduta per firmare il registro, quindi ho estratto la lista dei nomi e mi sono rituffata nell’incubo dell’appello.

E forse è stata proprio quella richiesta d’aiuto che ho espressamente lanciato per l’esatta pronuncia di quei nomi inusitati, a mettere in moto i misteriosi ingranaggi per una delle più coinvolgenti lezioni che mi sia capitato di fare da quando insegno.

Una lezione incrociata.

Una lezione-scambio.

Una lezione-regalo.

Un do ut des nato spontaneo, incalcolato, quasi miracoloso.

“Non ci riesco. Abbiate pazienza, ragazzi. Non ci riesco. Come diavolo si pronuncia la ics, in cinese?”

Mi hanno detto di non preoccuparmi, di stare tranquilla, di guardarli bene e di ascoltarli, che la ics per loro è un musicale e armonioso incrocio tra la esse e la zeta con un accenno di ci, una cosa del tipo sztc, che ce la potevo fare, che se loro hanno imparato a dire la erre, accidenti, io potevo imparare a dire la ics.

Senza che me ne accorgessi, la lezione d’italiano è diventata una lezione di cinese: due di loro si sono alzati, hanno raggiunto la lavagna, col pennarello apposta hanno scritto le vocali e i quattro modi per pronunciarle, perché in Cina la “a” non è mai una semplice “a”, ma può avere quattro toni, continuo, ascendente, discendente poi ascendente, e discendente breve, e si simboleggiano con un’asta orizzontale, un accento grave, un accento a “v” e un accento acuto.

“Provi, profe.”

E così mi sono ritrovata a gorgheggiare suoni che nemmeno sotto la doccia quando sono felice, e non mi vergognavo nemmeno, e mi lasciavo andare mentre quei sessanta occhi già stretti di suo si stringevano sempre di più per ridermi in faccia il loro divertito stupore.

“Brava, profe.”

E mi hanno detto che la lingua cinese prevede in tutto 415 sillabe, che ci sono decine di alfabeti diversi, che il cinese parlato non prevede flessioni né differenziazione del genere, che i verbi non hanno tempi ma che si usa sempre il presente aggiungendovi una parola che dice tempo fa, anticamente, ieri, domani, in futuro, che nella grammatica ha maggiore enfasi la sintassi che la morfologia, che nella lingua scritta si utilizzano gli ideogrammi, un sistema ingegnoso di simboli che disegnano l’idea di oggetti, verbi, cose astratte, e che ognuno li può leggere con una propria fonia tanto il significato non cambia.

Mi sentivo stordita come quando si fanno quei sogni assurdi in cui accadono eventi inspiegabili e innaturali, ma mi sentivo anche grata, di quell’accoglienza delicata e gioviale che facevano loro al posto mio, di quelle porte che mi stavano aprendo affinché mi avvicinassi con maggiore fiducia, e mi lasciassi anche un po’ andare, e fossi rilassata e aperta com’è la gente in Italia.

“Pensate questo degli italiani?!”

“Certo profe: in Cina professori severi e cattivi, lezione nove ore no riposare mai, in Italia simpatici, spiritosi, lezioni divertenti.”

E allora, poiché la prossima settimana andremo tutti insieme in centro per imparare a muoversi con autonomia in città tra autobus e monumenti, ho provato a contraccambiare la loro preziosa lezione con un viaggio mentale nel cuore di Firenze, dal suo ombelico in piazza della Repubblica ai simboli dei due poteri, la politica e la religione, e ho cercato di trovare i nodi in cui la storia nostra s’incrocia con la loro, per esempio in quelle stoffe fiorite di provenienza orientale con cui Benozzo Gozzoli ritrasse i Medici nella Cappella di Palazzo Medici Riccardi.

Li guardavo scrivere tutto sui loro quadernoni appena inaugurati e fare domande, e ridere al racconto della storia dei Bischeri, e meravigliarsi di fronte ai segreti del Corridoio vasariano, e interessarsi come a volte neanche gli studenti fiorentini sanno interessarsi, e nella bocca dello stomaco mi si diffondeva una sensazione di caldo, e nella testa un ronzio di piacere, e nel cuore uno strano senso di gioia originale.

“Come si dice ti amo?” ho chiesto

“Wò ài nì” hanno risposto.

“E, per esempio: poniamo che io, un giorno, in futuro, tra parecchio tempo, abbia voglia di dire a voi la stessa cosa, insomma, sì, di dirvi così, che vi amo. Come dovrò dire?”

“Wò ài nì men.”

Ieri avevo fissato un colloquio col Preside per chiedergli di cambiarmi classe, per supplicarlo di darmene una di soli italiani, per convincerlo del fatto che non ero capace di combinare qualcosa con trenta cinesi, che non ero pronta, che non ce la potevo fare, che non ne volevo sapere.

A quel colloquio non ci sono più andata, perché ci voglio provare.

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