Firenze 10, ovvero: l’ultimo cavaliere

Pubblicato il 20 dicembre 2010 da admin

Ma io tanto lo sapevo.
Lo sapevo benissimo che, per andare a recuperare la mia auto abbandonata venerdì scorso in viale Corsica angolo via Circondaria, il modo migliore era chiamare un taxi e farmici portare.
Mica per un discorso di comodità. Un autobus sarebbe stato più che efficiente e sufficiente.
Ma vuoi mettere l’alta, l’altissima probabilità di beccare un taxista pieno come un uovo di vicissitudini e avventure collezionate nell’infausta giornata della nevicata fuori misura che è scesa in Toscana e l’ha paralizzata? Vuoi mettere il gusto inenarrabile di beccarne uno simpatico e logorroico, disposto a spalancarti il cuore per narrarti episodi da assaporare nel tepore di un abitacolo al tramonto?

“Buonasera!”
“Salve! Indove si va di bello?”
“In viale Corsica a riprendere la macchina che ho lasciato lì da venerdì, per favore.”
“Eccone un’antra…”
“Eh, davvero.”
“Madonna ‘he giornata: la ummi faccia parlare.”
“No, come! Parliamone, invece: l’ho chiamata apposta!”
“To’, senti ‘hesta… la mi faccia sta’ zitto: ho ancora da ripigliammi dallo sciòcche…”
“O perché, io? Da viale Corsica sono tornata a piedi fino a dove è appena venuto a prendermi: un pomeriggio intero, c’ho messo.”
“Roba da pazzi.”
“Lei invece (eh! eh!) quante ore è rimasto in coda?”
“La ride, eh? ‘Scolti eh: io, quando ho cominciato a vedere i primi fiocchi, ho pensato: o ora o mai più. Intende’o dire di le’assi da ‘oglioni. Ma siccome so’ ccavaliere (l’urtimo, pe’lla precisione), ho pensa’o bene di passare da Santa Croce a ritirare la mia signora, che la ci lavora. Poi, ero lì, icché face’o: un glielo davo uno strappo anche al su’ principale, un uomo anziano? Come le dicevo, signorina, io so’ccavaliere. Sicché l’ho montati tutteddue e sorripartito. L’è stato lì, l’errore. A qui’ punto s’era bell’e blocca’o ‘gni’osa. A depositare i’ capo della mi’ moglie ce l’ho fatta, ma quand’ho preteso d’incamminammi pe’ Tavarnuzze, indo’ si sta di ‘asa, in punt’a un poggio, l’è inizia’a la tragedia: la mi’ moglie l’è torna’a a casa a piedi. E io so’ rimasto pe’ sei ore in coda lungo via del Gersomino. Oh! Ma sei ore!”
“Unn’è possibile!”
“Come unn’è possibile! La lo domandi a quella donnina che ho incrocia’o lungo la strada, tutta ri’operta di neve che la pare’a finta: la mi volea montare sopra a tutti i ‘osti. E io a digni: o signora, la un lo vede che so blocca’o in coda! Se la mi monta sopra, la mi de’e paga’ la ‘orsa, la un pretenderà miha che la faccia stare aiccardo senza pigliagni nulla! Perché, vede, io so’ccavaliere, ummela sento di frega’ la gente, tanti lo farebbero, ma io, l’è più forte di me: un ce la fo. Insomma, tonfa e ritonfa alla fine ce l’ho fatta e l’ho convinta e ummi monta’ sopr’ittaxi. La mi ‘apisce, sarebbe stata una spesa esosa!”
“Bravo, ha fatto bene…”
“Senta signorina, ma che strada la preferisce che faccia?”
“Boh, se non lo sa lei…”
“No, io lo dico pe’ lei: se ne pole fare più d’una: mi dica lei quale la preferisce. Io lo dico pe’ correttezza: magari io ne piglio una e a lei gliene garbava di più un’antra.”
“A me mi vanno bene tutte: magari scegliamo la più corta!”
“Vole che passi da via Masaccio o da piazza della Libertà?”
“Dove sarà meno traffico?”
“Icché la vole, signorina, a quest’ora i’ttraffico l’è dappertutto. poi con questa neve s’è ingarbuglia’o ogni ‘osa… bella figura s’è fatto in tutt’i'mmondo, eh?”
“Eh, insomma… abbastanza.”
“Io so ‘na sega… qui ci piglian peicculo tutti… noi ci s’avrebbe anch’i'ccoraggio d’essere orgogliosi d’essere italiani, eh, noi italiani, nàmbar uànne, e invece ci piglian tutti peicculo!”
“Purtroppo, sì, è proprio così.”
“Già ci pigliavan peicculo pella politiha, poi pell’ehonomia… ora ci mancava la neve! Fassi piglia’ peicculo pella neve però l’è immassimo! Oh, ma guarda te se questo rincoglionito mi fa passare!”
“Ha notato come la gente al volante diventi di un’arroganza inaudita?”
“Guardi, la ummi faccia parlare, la mi faccia sta’ zitto. Di gentile, aimmondo, un c’è rimasto che Firenze 10.”
“Firenze 10?! Occos’è?!”
“Come icché l’è?! E so’ io! Firenze 10!”
“Ah, la sua sigla… eh! eh!”
“Eh, la mi ride lei…”
“Lei è troppo simpatico. Ci fo caso ogni volta che prendo un taxi a Firenze: inciampo sempre in un taxista buffo!”
“Pefforza, o signorina, ma noi dire o non dire ci s’ha una marcia in più… che vole mettere un tassista di Firenze co’ un tassista di Milano? Anche a livello linguisti’o, via, e un c’è paragone: solo noi si ragiona in italiano, quegl’altri biasci’ano in dialetto!”
“Ma più che altro io vi trovo sempre tutti di buonumore!”
“Ma guardi che l’è la verità. Pella strada son tutti incazza’i. Io cerco sempre d’esse’ tranquillo.”
“Fa bene: con un lavoro come questo, altrimenti, la diventerebbe idrofobo.”
“Nonò, io ho preso scuola dal mi’ socero: lui son quarant’anni che fa i’ tassista, sempre ‘almo e tranquillo, un si scòte nemmeno se c’ha un morto ai piedi. Ovvìa, ci siamo quasi. Ma indo’ l’è di preciso questa macchina?”
“Esattamente all’incrocio tra viale Corsica e via Circondaria.”
“Ma indove, davanti a quella pasticceria bona?!”
“Esatto, proprio lì.”
“Eh, ma allora io ho capi’o perché lei la me l’ha piazza’a proprio lì la macchina: pe’ anda’ a mangiare una pasta da Marisa!!”
“No, massìe, con quella neve stavo a pensare a Marisa…”
“Mah, magari lei no, io però ora senta cosa fo: lascio lei alla su’ macchina e vo a fare una bella merenda!”
“Ecco, bravo. Faccia una bella pausa, che se la merita!”
“Eh, sì, se unn’avessi i’ colesterolo…”
“Ocché la c’ha il colesterolo così giovane!”
“Davvero! E mi s’è manifesta’o insieme ai trigliceridi! Ce li ho tutt’e ddue, la pensi!”
“Ma come mai? Qui i casi sono due: o la mangia come un tribunale o la beve come una spugna.”
“Bere?! Chi, io?! Ma che la scherza davvero, signorina? A me, se la mi dà una birra piccola e la m’appoggia a qui’ cassonetto, la mi ci ritro’a dopo tre giorni. Io ‘un bevo mica nulla. Peccaritàddiddìo.”
“E allora comemmai la c’ha il colesterolo, così giovane?”
“Macchélosò… dev’essere questa vita sedentaria… sempr’a sedere su quest’aggeggio… unn’è mica facile, sa… Eccoci arrivati: badala bellina la su’ macchinina, tutta lustra, la un c’ha nemmen un pelo di neve sopra: occhì gliel’ha puli’a?! Sarebbero diciannov’euro: me ne dia diciotto.”
“No, piuttosto, ne prenda venti, così il caffè da Marisa gliel’offro io.”
“Ma che la scherza davvero, signorina? Un se ne parla. Piuttosto: il caffè gliel’offro io.”

E così è andata.
Del resto, con Firenze 10, l’ultimo cavaliere, non poteva andare altrimenti.

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