C’è un barbone

Pubblicato il 13 ottobre 2008 da admin

C’è un barbone, nel giardino pubblico grande come un fazzoletto, sotto casa mia.

C’è da qualche settimana, c’è tutti i giorni e non va mai via. O meglio, se ne va, però ritorna poco dopo, e forse ha paura che qualcun altro possa occupargli il suo tappeto d’erba.

E’ giovane, è bello, è sporco.

Ma ha gli occhi luminosi e, se incontra i tuoi, ride da solo.

Io lo guardo e, quando lui se ne accorge, gli sorrido.

Non ho paura di lui.

Non ho avuto mai paura dei barboni, neanche da bambina.

Piuttosto, ho sempre provato un’attrazione singolare nei loro confronti.

Avevo dodici anni quando lessi il libro di una ragazza che, di notte, sgattaiolava fuori dal proprio appartamento e, intabarrata dietro abiti larghi grazie ai quali cancellare le sue forme femminili, andava alla stazione ferroviaria portando con sé alcuni thermos di bevande calde e poche parole da dire.

Cosa vuoi dire a chi vive senza niente?

Io piuttosto vorrei ascoltare quale storia si nasconde dietro una situazione che a volte è imposta dalla vita, ma altre volte è intenzionalmente e incredibilmente scelta.

Nel paese dove sono nata, per esempio, c’era un barbone che si ostinava a rifiutare la casa che il Comune intendeva mettergli a disposizione. Argomentava la sua posizione ponendo all’interlocutore di turno una domanda semplice e diretta: “Indove sto, meglio che qui?”.

E io, che quando uscivo dal liceo passavo con l’autobus davanti alla sua panchina personale e che pure mi rintanavo nel mio appartamento strapulito dove la mamma mi aspettava con la pastasciutta calda, a volte mi ponevo la solita domanda: “Dove si può stare, meglio che sotto il cielo?”.

Come se solo non possedendo niente in assoluto si potesse sperimentare la vera libertà.

Io sotto il cielo ci ho dormito poche volte.

Capitava di farlo al campeggio estivo della parrocchia, con gli amici temerari che andavano in cerca di emozioni forti e soprattutto non temevano la guazza. Pianificavamo la notte illegale durante il pomeriggio e poi, calate le tenebre più pesanti, trascinavamo fuori dalle casette in legno quei materassacci in gomma piuma, ci buttavamo sopra il sacco a pelo a mummia, da montagna, e integralmente vestiti ci scivolavamo dentro soffocando l’emozione in risate sottovoce. L’impressione che ne ricavavo era a metà tra il sovversivo, l’avventuriero e il libertario.

Un’altra volta invece mi capitò di farlo in Inghilterra. Io e lui c’eravamo andati per prendere parte a un matrimonio e tornando avevamo perso l’ultimo collegamento tra pullman e treno. L’alternativa che si concretizzò nell’immediato orizzonte aveva la forma di una panchina lignea tutto sommato comoda e sicuramente più capiente di quelle che si trovano in Italia. Lui si curvò verso di me, io mi piegai verso di lui, e non so come, ma ci sorprendemmo perfettamente uniti in uno stupefacente incastro innocente che ci permise di pernottare sotto un manto di stelle nascoste dallo smog.

Il giorno in cui partii per il primo viaggio in terra di Thailandia, tra i libri che portai con me c’era anche Zorro della Mazzantini. Una sorta di monologo da lei scritto perché il marito Sergio lo portasse in scena. Appena sessantasei pagine, che lessi ad alta quota e che scaraventarono il mio umore molto in basso. Perché vi trovai la conferma a quello che pensavo già da molto tempo: che tutti potremmo diventare in pochi istanti dei barboni, che la vita potrebbe fare a tutti questo scherzo. Basta poco. Magari un giorno ti ritrovi per caso coinvolto in un incidente, in conseguenza al quale ti succhiano via quel poco denaro che eri riuscito a mettere da parte, contemporaneamente chi ti vive accanto inizia ad allontanarsi fino a lasciarti solo per sempre, se sei fortunato trovi un cane che ti ama anche se per gli umani non hai più niente che giustifichi l’amore, e inizi a dormire sotto il cielo di stelle.

Non ci vuole mica nulla.

Nelle stazioni di tutto il mondo esistono migliaia di persone che il giorno prima avevano tutto e il giorno dopo si sono ritrovate senza niente, solo una coperta di stelle da buttarsi addosso ogni notte.

La terra è piena di persone che dormono abbracciate alle stelle.

Si mettono vicine, formano delle file lunghe di cartoni, affastellano i loro mucchi di stracci, parcheggiano accanto i loro carrelli portati via dal supermercato, e forse si addormentano con meno paura, dimenticando per qualche ora di non avere più un parente che li voglia.

Una volta per le strade di Vienna vidi una barbona che aveva le mani uguali alla mia mamma. E piansi da sola sul metrò, perché anche allora percepii la precarietà del nostro stato e la pochezza che alla fine siamo, soprattutto quando viviamo nella convinzione di essere vincenti e fortunati.

Scendo le scale, entro in strada, percorro fino in fondo la discesa e cerco l’auto parcheggiata in un posto sempre diverso che non ricordo mai. Ma prima cerco il giovane barbone che dorme sotto il cipresso più alto del giardino e sta abbracciato alle stelle incollate al pezzo di cielo che sovrasta il mio quartiere.

Non accetti mai niente.

Un sorriso, almeno, fattelo regalare.

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