Parrucchiera a domicilio

Pubblicato il 31 ottobre 2011 da admin

Chi non l’ha provata, non può capirne l’entità. La parrucchiera a domicilio, dico. Cioè una persona di fiducia a cui puoi abbandonare per intero la tua testa, certa che ne farà buon uso e te la ridarà indietro migliorata. Una donna destinata col tempo a diventarti amica -chi tocca i capelli tocca l’anima- che un giorno ogni cinque viene a casa tua e ti rimette al mondo con sciampi, balsami, maschere, lozioni e confidenze. La parrucchiera, per definizione, è di parola facile. Impossibile resistere alla sua ars affabulatoria, alla sua seduzione linguistica. Ella mescola alle poltiglie con cui t’imbratta il capo un potere misterioso e magico che t’induce a un cedimento progressivo delle membra e della mente. Lei t’impiastriccia il crine, tu chiudi gli occhi, e non c’è più storia.
La mia parrucchiera personale è bionda, moglie, madre, maldestra a livello esistenziale, maestra a livello professionale. Nella vita combina un casino dietro l’altro, ma nel mestiere va lasciata stare. Per abbreviarle i tempi, se non è giorno di tinta mi faccio trovare già lavata e le apro la porta col turbante in testa e le ciabatte ai piedi. Uno spettacolo che non riserverei al mio peggior nemico. Lei entra e va diretta in bagno: chiude la seggetta, vi apparecchia sopra l’arsenale bellico e inizia a mescolare e raccontare. Narra di figlioli e di marito, di suoceri e di conoscenti, di disavventure e soluzioni rapide per andare in culo al destino avverso. In quanto credente, di tanto in tanto tenta di convincermi dell’esistenza divina. In casi di stretta emergenza non ha esitato a farmi la piega all’alba come a notte fonda. Una volta mi ammalai e lei passò semplicemente a portarmi il pranzo. Quando uscì il mio terzo libro la portai a cena fuori e sul tavolo del ristorante mi fece trovare un mazzo di fiori e una penna parker; poi ne acquistò dieci copie e le regalò alle clienti di fiducia. Ella stessa è una fervida lettrice, ma legge esclusivamente reportage su serial killer, schizzi di sangue e budella al vento. Solo Alunna Irriverente ne mette in discussione la bravura (“Profe, ma quando la smetterà di tingersi i capelli di arancione?”). Per me è una droga di cui non riesco a fare a meno.
Stamani, perché questo lunedì di ponte fosse ancora più gaudioso, insieme a lei ho chiamato a casa la collega amica che me la presentò: the verde e brioches al rassicurante suono del phon, per una mattinata di tricologica empatia.

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