Profumo di tulipani

Pubblicato il 21 novembre 2013 da antonella landi

La aspetto sulla porta.
Esce dall’ascensore con un mazzo di tulipani in boccio tra le mani.
Mi si butta al collo e mi stringe con tutta la forza che ha.
Piango. Perché da quando sono sopravvissuta ai ferri sento tutto amplificato e la gioia che provo nel rivederla è troppo forte per contenersi solo dentro una risata. E poi perché ho capito (un po’ tardino, ne convengo, ma meglio tardi che mai) che piangere per chi ci fa soffrire o incazzare è uno spreco completamente inutile di energie. Molto meglio piangere di felicità. E io oggi sono felice, con questa donna che mi entra in casa avvolta da una scia di profumo e da un’aura di positività.
“Senti, l’indirizzo me lo avevi dato e la casa l’avevo già trovata, ma quando ho visto che tu c’hai il portinaio sono voluta andare a ragionare anche un po’ con lui e gli ho detto senta! Scusi! Dove abita la mia cugina?”
La mia cugina è quella con cui ho trascorso l’infanzia ma che poi, separate da scelte di vita completamente differenti, non ho rivisto per vent’anni e ho riabbracciato solo un giorno di cinque mesi fa. Ma da quel giorno non ne è più passato uno senza che noi ci siamo scritte o chiamate. Un rientro dell’una nella vita dell’altra imprevisto improvviso e potente come un’alluvione che non devasta gli argini, ma ricostruisce il passato, mette a nudo il presente e prepara un futuro di complicità.
La mia cugina è quella che da adolescente assomigliava alla Brooke Schield dei tempi di Laguna blu, quella che affronta la vita con la faccia tosta delle coraggiose, quella che del giudizio della gente se ne fa sonore beffe, quella che ti dice sempre in faccia ciò che pensa e nonostante questo non ti fa mai male.
“Guai a te se ti dai pensiero per fare da mangiare! Io non vengo per mangiare, vengo per stare insieme a te! Mangiamo la schiacciata con la mortadella come si faceva da piccine!”
Una tavola di farinacei e d’insaccati e vai di salamino milanese come ai tempi delle scuole medie.
Una giornata di rilassamento e d’apertura, confidenze e confessioni, in cui ci diciamo tutto, il buffo e l’incredibile, l’assurdo e il doloroso, l’intimo e lo scandaloso.
Una giornata di risate roboanti che io dico c’avrà sentite anche il portinaio cinque piani sotto, dal cortile, e forse il mio chirurgo, in pensiero per la scucitura del rammendo.
Appollaiate su sgabelli, sbraciolate sul divano, sedute al tavolo con la gamba accavallata.
E poi distese sul letto, io per diritto, incastrata tra sostegni e cuscini, lei di traverso, come si stava da bambine, quando si passava il pomeriggio a chiacchierare senza tregua.
Non ho uno straccio di ricordo che mi veda insieme a lei a giocare a qualche cosa. Mai una Barbie, mai un mazzo di carte. Mai un balocco, mai qualcosa che non fossero le nostre parole. Un’infanzia di verbi leggeri come leggero e garrulo era sempre il tempo trascorso insieme a lei.
La mia cugina è quella che mi pesticcia in tutta la casa, che si muove con disinvoltura tra i pensili della mia cucina, che si cerca e si trova lo zucchero, le posate, il caffè da sola. E’ quella che non conosce la vergogna, che mi viene dietro quando vado a fare la pipì e che mi chiama quando ci va lei.
La mia cugina è quella che, mentre io le sto parlando di qualcosa, all’improvviso si alza, mi cammina incontro, mi butta le braccia al collo e mi soffoca in un abbraccio d’amore dicendomi, con la naturalezza primordiale di chi non ha schermi né schemi, “ti voglio bene, sono tanto felice di averti ritrovata, stiamo vicine, rivediamoci al più presto”.
Chissà lo zio Flambert, suo padre, come sarà contento di vederci così, da lassù.

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