Sgrana gli occhi

Pubblicato il 22 novembre 2013 da antonella landi

Intenzionalmente ho lasciato passare un po’ di tempo dall’esplosione della notizia, prima di scriverne qualcosa. Dico delle studentesse minorenni che si prostituivano in cambio di soldi e di regali. E delle loro madri, del tutto ignoranti, tacitamente conniventi o scandalosamente complici che fossero. Quando il caso è scoppiato, non c’era canale televisivo che non ne parlasse in ogni fascia oraria del palinsesto giornaliero, e raramente con toni scevri di miserabile retorica. Sono argomenti delicatissimi, che pongono di fronte alla fisiologica difficoltà degli adulti di stare dietro alle cose degli adolescenti, al loro mondo, alla vita segreta che possono costruirsi e condurre una volta distanti da noi. Così è stato sempre. Così è molto di più oggi. Perché il tempo che dedichiamo all’osservazione attenta e all’ascolto concentrato di questi ragazzi è diminuita, e non di poco.
Mi è capitato, a volte, parlando con i miei studenti in orari e luoghi esterni alla scuola (al ritorno da una cena di classe in pizzeria, ad esempio, quando il clima umano si fa più confidenziale), di ritrovarmi dentro un argomento scomodo. Uno di quelli che, contemporaneamente, vorresti approfondire e vorresti ignorare, uno di quelli che ti fanno venire la pelle d’oca, l’imbarazzo forte, il disagio vero e proprio. Tipo quella sera, quando alcune mie alunne presero a parlarmi delle dinamiche relazionali dominanti in discoteca. A parte il discorso relativo alla facilità estrema con cui è possibile procacciarsi ogni tipo di droga (o sarebbe meglio dire la difficoltà sfiancante necessaria a scansarne l’offerta quasi persecutoria che se ne riceve), mi dipinsero un quadretto di natura sessuale che mi lasciò sgomenta. Pare che in discoteca il coitus (tutt’altro che interruptus) sia in realtà libero e invadente, proposto e consumato non necessariamente dentro ai bagni (ubicazione di per sé già rivoltante), ma tranquillamente sulle poltroncine e i divanetti della sala. Tu sei lì che parli con una tua amica, e due consumano alla grande accanto a voi. Altre alunne invece mi hanno acculturata su Snapchat, la nuova app di gran moda tra le adolescenti: ci si fotografa in posizioni osé (più spesso oscene) e s’inviano le foto a destra e a manca, rassicurate dall’informazione che la stessa foto si autodistruggerà dopo dieci secondi (grande bufala perché ci sono mille trucchi per salvare l’immagine dall’autodistruzione, una volta ricevuta, e riutilizzarla in altro modo).
Come si fa a stare al passo di tutto questo sudiciume e a combatterlo, vincendo? Io figli non ne ho. Però testardamente credo nell’attenzione vera, nel tempo dedicato, nella contemplazione profonda degli occhi, nel potere straordinario delle parole. Ascoltarli, guardarli, parlarci, studiarli, starci insieme. Temo che non possiamo fare altro che questo. Ma farlo davvero, e farlo bene, forse sarebbe già abbastanza.

(oggi, sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Comments are closed.