E’ tutto un programma

Pubblicato il 29 novembre 2013 da antonella landi

Si dice che uno dei (tanti) nèi della scuola siano i programmi. Come sono pensati, strutturati, e infine proposti agli studenti. Parlo della mia materia, Italiano, perché (me lo auguro) riesco ad argomentare meglio. Si dice che la pappardella cronologica rifilata nel triennio delle superiori (tutta la storia della letteratura da Francesco d’Assisi a fin dove si riesce ad arrivare, generalmente –e purtroppo- non oltre Montale) sia un modo obsoleto e superato che non è più in grado di affascinare chi ci sta di fronte. Alcune scuole avanguardiste cavalcano metodologie diverse e scelgono coraggiosamente: non più fare un po’ di tutto programma, ma fare molto di pochi autori scelti, tralasciando gli altri. Esempio: classe terza. Decido di fare molto bene l’Alighieri, gli dedico una bella fetta di tempo, approfondisco la Commedia, do spazio alla prosa e alla poesia della Vita nova, pesco brani dal De monarchia, razzolo tra il De vulgari eloquentia e quasi quasi propongo anche qualche Epistola. Per stare così tanto su un autore (oggettivamente immenso e valoroso) e poi magari dare una botta anche agli altri due che con lui vanno a braccetto (Petrarca e Boccaccio), devo evidentemente rinunciare a diverse cose: la poesia religiosa del Duecento, la Scuola siciliana, il Dolce Stil Novo, i poeti comico-realisti per tutto ciò che viene prima, e poi il Magnifico Lorenzo, Ariosto (poco gettonato, ma di una sconcertante attualità), Tasso (povero Tasso, successero tutte a lui) per tutto ciò che viene dopo. Oppure, altro esempio: classe quarta. Per fare bene quei tre gran testoni di Foscolo, Manzoni e Leopardi (per i quali ci vorrebbero due annate e non una sola), decido di tagliare il Seicento e il Settecento. Chi sostiene queste scelte, argomenta in questo modo: meglio un autore fatto a fondo che tanti autori fatti un po’ alla svelta.
Mi sono posta spesso l’interrogativo. Hanno ragione quelli che saltano a pie’ pari secoli interi o ho ragione io che seguo la linea del tempo e propongo (anche se non mi piace chiamarla così) un’infarinatura generale? Il mio pensiero è questo: la scuola è breve, la vita (auspicabilmente) lunga. Lo studio a scuola obbligatorio, quello personale facoltativo e soggettivo. Forse vale la pena far prima di tutto orientare lo studente nell’intricato reticolato temporale della letteratura, fagli saper mettere al posto giusto gli autori giusti, fornirgli una panoramica completa, aiutarlo a capire il perché dell’alternarsi delle correnti e dei movimenti culturali, possibilmente facendogli piacere tutto ciò che gli si spiega. Sarà lui, una volta fuori dalla scuola, con tutta una vita davanti da dedicare alla lettura, a tornare sui suoi preferiti, su quelli che amò di più da ragazzo, che seppero conquistarsi un posto speciale nel suo cuore. Sbaglio? Probabile. Intanto però vado avanti così.

(oggi sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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