L’eterno ossimoro

Pubblicato il 27 dicembre 2013 da antonella landi

Quando lo dicevo io, tutti a infamare: lassista, permissiva, mollacciona! Ora lo dice la Carrozza e giù tutti a lodare: ma senti brava, che intuizione, che illuminazione! Per ammettere che vacanze e compiti sono due termini che non vanno esattamente a braccetto non mi sembra ci voglia tutto questo genio. Il primo significa essere vacuo, cioè sgombro, ossia privo di preoccupazioni. Il secondo vuol dire portare a compimento qualche cosa già iniziato. Che convivere con il chiodo fisso di portare un’azione a compimento impedisca automaticamente di sentirsi vacuo, lo capirebbe anche un bambino. Infatti i bambini lo capiscono benissimo. Un po’ meno bene le loro maestre, che fanno a gara di sadismo. Stessa scena si ripete alle medie e alle superiori, dove imperversano irriducibili insegnanti che pare non aspettino altro che le vacanze di Natale per far lavorare gli studenti. Badilate di esercizi di matematica, quintali di frasi di grammatica, schede schedine schedone da riempire e completare, temi da svolgere. E poi, come un sempreverde che non appassisce mai (benché sia nato già appassito nell’idea stessa), il diario delle vacanze. Vogliamo parlarne? Meglio di no: è al quinto posto (dopo la morte, la malattia, le separazioni amorose e i traslochi) nella classifica degli eventi che temo di più. Ho sempre tenuto un diario delle mie vacanze e dei miei viaggi. Ma se me lo imponi, se pretendi che ti scriva ciò che faccio (nove su dieci niente, quando sono adolescente) in quelle di Natale, allora non vuol dire solo che non mi vuoi bene: vuol dire che mi vuoi proprio male. Che sei un insegnante insensibile. Che non rispetti l’etimo delle parole. Che ignori la natura dell’ossimoro. Vacanze e compiti non vanno d’accordo: litigano addirittura, fanno a botte, e se ne danno di brutto. Un ragazzo, se me lo carichi di pagine da leggere o da scrivere, tu me lo ammorbi, tu me lo ammazzi. Lascialo in pace, fallo riposare, permettigli di staccare. Se lo merita perché nei primi tre mesi di scuola s’è fatto un mazzo tanto? Bene. Non se lo merita perché finora non ha compicciato nulla? Peggio per lui. Non sarebbero comunque due settimane (intervallate da pranzi, cene, incontri e raduni a cui neanche volendo potrebbe sottrarsi) a risollevare la sua situazione nel registro. E per chi già ha imparato molto e memorizzato date, nomi, titoli e formule, non sarà certo questa quindicina di giorni a fare piazza pulita di tutto. Lasciate perdere il diario, ragazzi. Andate al cinema a vedere un film (ce ne sono di bellissimi in questi giorni), a teatro (i cartelloni pullulano di proposte interessanti), salite su un treno che vi porti ovunque, entrate nelle (poche) librerie rimaste. E tornate a scuola con la voglia di ricominciare davvero, riposati e pimpanti, per la seconda parte dell’anno che trascorreremo tutti insieme.

(oggi, sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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