Laura,

Pubblicato il 18 aprile 2009 da admin

Laura, ma lo sai che me li ricordo ancora i nostri pomeriggi al palazzetto ad allenarci in uno sport per il quale entrambe, pur così dissimili, avevamo il corpo adatto? Il mio (rammenti?) bassino e tozzo. Il tuo (mi sembra di avercelo davanti) magrissimo e slanciato. Ma per ognuna di noi due c’era una perfetta postazione: la tua sotto canestro ad afferrare rimbalzi, la mia a correre avanti e indietro lungo il campo portando la palla a chi ci arrivava meglio e annunciando il numero dello schema da attuare.

“Tre!”.

Laura, lo sai che il “tre!” era il mio preferito? Una tagliava in mezzo la campana e bloccava l’avversaria ignara liberando la compagna che attraversava l’area canestro e si metteva pronta ad accogliere il passaggio. Il passaggio doveva essere forte, deciso, le braccia alla fine dovevano restare tese e inverse, l’esterno in dentro, l’interno in fuori.

Ehi, Laura, ma che berci ci tirava addosso quell’invasato del nostro allenatore! Contro di te urlava per svegliarti, contro di me inveiva per zittirmi. Tu vivevi su una nuvola, io non facevo che ciarlare. Ciarlavo nello spogliatoio, ciarlavo a sedere in panchina, ciarlavo entrando in campo, ciarlavo in fila per i tiri liberi. Tu sembrava sempre che sognassi. E lui, invadente e maleducato, veniva a svegliarti dal tuo sogno.

Avevi quegli occhiali a lente spessa che ti facevano sembrare ipovedente. Occhialini tondi con il bordo d’oro. E d’oro avevi i capelli, come una ragazza inglese. Di anglosassone avevi la fisicità, le movenze. Eppure a te piaceva tanto il mio gesticolare terragnolo e mediterraneo. Mi dicevi che ero nata per stare sopra un palco, perché avevo una mimica soltanto mia. E mi guardavi dai tuoi occhiali e dal tuo silenzio timido, quando ci cambiavamo nello spogliatoio.

Poi crescendo il tuo corpo divenne bello come quello di una fotomodella. E infatti proprio questo cominciasti a fare. Ti vedevano tutti in paese, camminare bordo strada ogni mattina, con il tuo passo dinoccolato e fluido, esitante e timoroso, per raggiungere la stazione e salire sopra il treno che ti portava in città. Firenze ti ingoiava per immortalarti come esempio di bellezza e tu facevi ritorno nella valle col calare della sera.

Laura, mi hanno detto che ultimamente ti eri innamorata, che un giorno un uomo aveva visto i tuoi colori inglesi e le tue forme nordiche e ti aveva chiesto di mollare tutto per andare a vivere con lui. Di più. Ti aveva chiesto di scegliere un abito da sposa, perché per te arrivava anche al matrimonio. Mi hanno detto che l’avevi scelto bello, l’abito per il giorno più bello della vita, e che eri eccitatissima all’idea di dividerla con lui, quella vita che da sola ti aveva fatto sempre un po’ paura.

Però la vita non si è fatta vivere da te. La vita ti ha mollata a metà strada, a una manciata di giorni dal giorno più bello. La vita ti ha mandato il male più rapido e più brutto, a portarti via.

Laura, io ti penso in questi giorni in cui ho saputo che sei morta, e ti immagino a correre leggera come una gazzella bionda sopra prati verdi, come verde era la vita nel tempo in cui ci conoscemmo, ci guardammo e per un po’ giocammo insieme.

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