Portami a basket

Pubblicato il 10 ottobre 2014 da antonella landi

Il rituale -prestabilito, rigidissimo, invariabile- prevedeva da un anno a questa parte le medesime mosse:
- ore 16,00: appostamento frontale al cancello della scuola del Magico Frenky
- ore 16,10: uscita da scuola del Magico Frenky
- ore 16,15: conquista del migliore tavolino presso la pizzeria a taglio “da Franco” con il Magico Frenky
- ore 16,15-16,45: consumazione trancio pizza ai wurstel con cochino e/o chinotto revisionando i quaderni scolastici del Magico Frenky
- ore 16,45: tappa in cartoleria per acquisto giocattolo a libera scelta del Magico Frenky
- ore 17,00: spostamento in palestra per allenamento karate del Magico Frenky

L’ultima volta il Magico Frenky però fa: “Zia, portami a basket”.
“Come a basket?!”
“Oggi l’allenatrice fa una lezione dimostrativa. I miei amici ci vanno ogni settimana, si divertono tantissimo e io voglio provare. Mi ci porti?”
Mi ci porti?!
E’ stato come quando il figlio di un dottore dice al proprio babbo: m’iscrivo a Medicina. O come quando il figlio di un carabiniere dice al padre: entro nell’Arma.
Un sogno.

Per chi non lo sapesse (neanche il Magico Frenky, del resto, lo sapeva) questa zia qua (io) ha trascorsi gloriosi sotto canestro. No, non valutate l’altezza attuale. Alle elementari, suddetta zia (sempre io) era considerata non alta: altissima. Per questo giocava come pivot. Poi giunsero le medie: questa zia (che come ho detto era altissima) non era cresciuta ulteriormente (ma perché -mi chiedo- farlo? Non era già al top dell’altezza?). Le sue compagne di squadra (vigliacche) però sì. Per questo la misero a giocare ala esterna. Quando arrivò la quarta ginnasio, la solita zia di cui sopra (sono sempre io) si faceva un culo tanto a portare su e giù la palla per il campo, nel mortificante ruolo di play-maker. Il latino e il greco, con tutto il carico di declinazioni e verbi da studiare, fecero la loro parte: costei mandò tutto affanculo e smise di giocare.
Sì, ci fu anche quella pallonata tra cap’e collo dell’allenatore, ma perché parlarne? Ok, parliamone.

Si era tutte in fila indiana per i tiri liberi di fine allenamento. Dietro a me c’era quella mia cugina famosa per la voce, che mi rintronava di battute. Io me la ridevo assai beata, quando l’allenatore mi richiamò al dovere.
“Anto, tocca a te.”
Ma figuriamoci se potei sentirlo. Voce mi vociava nelle orecchie di quelle cazzate talmente micidiali, che io ero tutta concentrata a gorgheggiare corone di risate a quelloddìo.
“Anto, tocca a te!”
Ma io nulla, zero, il vuoto pneumatico, l’isolamento acustico. Non avevo timpani che per Voce.
“ANTO, TOCCA A TE!”
E stavolta all’urlo, seguì la pallonata.
Un pallone da basket, rosso come mattone e duro come muro, mi sopraggiunse all’altezza della nuca.
E io cappottai.
Chiaro che, quando rinvenni, mandai affanculo chi me l’aveva tirato e l’intera società (quella di basket, non quella civile).
Fine.

“Ma te zia il basket lo conosci?”
“Scusa Frenky, cosa hai appena chiesto alla zia?”
“Se conosci il basket.”
“No, dico, ma dici a me?!”
“Certo zia che dico a te. E a chi sennò.”
“Ma il babbo non ti ha detto niente?!”
“Cosa mi doveva dire?”
“Della zia.”
“Eh.”
“Di quando aveva la tua età.”
“Eh.”
“Di quando giocava a basket con la maglia numero 10, era pivot, poi ala esterna, infine play-maker perché era un mito in tutti i ruoli, saltava sotto canestro afferrando tutti i rimbalzi, pianificava e annunciava urlando schemi alle compagne.”
“NO!”
“Sì.”

Il Magico Frenky s’è cancellato da karate e ora fa basket con gioia ed entusiasmo.
Aspira a diventare come la zia.
La quale spera che non rimanga tappo e impedito come lei.

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