Alta quota

Pubblicato il 7 maggio 2009 da admin

Quando vai in gita con la scuola, la notte prima dormi a spizzichi e bocconi perché hai paura di arrivare tardi al pullman. Non appena chiudi gli occhi, sogni di perdere cinque o sei ragazzi per i sentieri di montagna o di vederne volare giù di sotto un paio, che si sono spintonati così, per amicizia.

Quando vai in gita con la scuola, prima dell’alba sei già in piedi a gironzolare per la casa, ti infili pantaloni da uomo coi tasconi laterali, indossi una maglina informe, ti fai abbracciare da una felpa più grande di due misure eredità di tuo fratello e scivoli coi piedi dentro due scarponi da trekking che ti ha prestato Atletica Collega. Prima però ti fai una doccia lunga mezz’ora e ti spruzzi il profumino addosso, perché la gita sulle Alpi Apuane va bene, ma la femminilità prima di tutto.

Quando vai in gita con la scuola -ma a scuola sei sempre andata con i tacchi alti e la sottanina a modo- gli studenti della scuola non ti riconoscono, ti guardano storto, poi ti mettono a fuoco, dicono o profe e tu capisci che il vocativo nasconde ciò che pensano di te in quel preciso istante e cioè o profe ma chi l’ha conciata in quel modo, che la ci pare ripresa dalla piena.

Quando vai in gita con la scuola, la scuola è ancora chiusa. Ti senti stralunata, assonnata, rincoglionita ma anche allegra perché alla spicciolata arrivano i ragazzi addobbati nei modi peggiori, tipo pantaloncini corti, maglietta viola, calzini fantasmini e superghine bianche ai piedi, l’aria diversa da quando entrano in classe col pensiero della lezione o dell’interrogazione, cioè sono loro ma non lo sono veramente, o lo sono un po’ di più. E a te, che pure fai questo mestiere da una quindicina d’anni, vederli in quello stato fa sempre un’impressione di tipo pirandelliano, tant’è che ti sorprendi a domandarti quali siano i tuoi ragazzi veri: quelli che vedi dalla cattedra al di là dei banchi o quelli che ti siedono di fianco sopra il pullman, con le cispe agli occhi e la fiatella del primo mattino?

Quando vai in gita con la scuola, dipende da quanti anni hai. Se sei all’inizio della tua carriera e hai la testa in ipoteca e ti manca il senso del pericolo e alle cose brutte non ci pensi mai, allora vai tranquilla e ti butti in fondo a rizzare il coro insieme al gruppo. Se invece è passato qualche anno e hai cominciato a prendere coscienza della responsabilità enorme che ti assumi a portare in giro esseri umani tanto preziosi, la prima cosa che fai è controllare che tipo è l’autista.

Quando vai in gita con la scuola, c’è sempre qualcuno che fa appena in tempo a dire profe non mi sento tanto b e ha già il vomito in bocca. Ti chiedi dove è scritto che i professori non debbano mai sentirsi male a vedere il vomito dei ragazzi in diretta, eppure è così, non puoi permetterti di stare male quando un ragazzo ti vomita davanti, ma devi stare lì vicino a lui e passargli i fazzolettini mentre l’odore della sua colazione rielaborata solo in parte dal succo gastrico raggiunge i buchi del tuo naso e, attraverso l’impulso di quello spione del cervello, ti nausea lo stomaco.

Quando vai in gita con la scuola, prima o poi arrivi sempre a destinazione. Le gambe ti si sono addormentate e la vescica spinge. Il che è niente, se scendi in un luogo abitato. Ma diventa una tragedia, se il pullman ti molla in mezzo a una miniera di marmo finissimo di Carrara. Io sono una signora è una frase che non serve, quindi non dirla: la realtà dei fatti è che devi imboccare un bosco, calarti il pantalone coi tasconi e pisciare sul fogliame. Ecco però che, al pari dell’uretra, la mente ti si apre e rivedi scene della tua giovinezza, a scalare il Pratomagno calandoti il jeans per la liberazione fisiologica con la naturalezza dell’adolescenza.

Quando vai in gita con la scuola, l’i-pod non lo portare, perché la musica più bella da ascoltare sono i commenti dei ragazzi. Profe ‘un ce la fo. Ma domani siamo giustificati o c’interrogate? A dicembre mi levo l’apparecchio e finalmente potrò baciare le ragazze senza ferro in bocca. Ma perché invece che in punta a questo pìllero ‘un siamo andati a mangiare un fritto di paranza a Viareggio. Io mi son portata anche lo scialle e la borsetta. Quando s’arriva in vetta pianto la bandiera della Fiorentina. Mi so’ sbucciata tutta la caviglia. Oddìo ruzzolo di sotto. Se lo sapéo, ‘un venìo. Maremma che odor di rosmarino, oicchéll’è?. Loro non lo sanno, ma quest’erba profumata che li circonda, a ciuffetti che paiono guanciali su cui addormentarsi beati, è timo, altrimenti detto pepolino. Ce n’erano a distese quando, ragazzina, risalivi l’abetina e alla fine di un tunnel di bosco ti appariva un panorama di montagne rosa e blu, che erano le tue, le stesse che guardavi alla finestra coi gomiti appuntellati sul marmo del davanzale accanto alla tua mamma, ma da lassù ti mozzavano il respiro perché alla vista s’aggiungeva anche l’odore.

Quando vai in gita con la scuola, la fatica non la senti, la fame è un languore gioioso da condividere con gli altri aspettando di arrivare a Colonnata per farsi fare un panino al lardo, anzi due; il sudore profuma perché ce l’hanno tutti, la pelle del viso diventa rossa anche senza fard, le labbra si spaccano per il vento e te le lecchi per ammorbidirle, i piedi si sbucciano, ma pace. La montagna è un condominio naturale, uno scalone dopo l’altro, alti che ti sembra non ti basti l’apertura delle cosce, alti che ti sembra manchi il fiato, alti che pensi stai a vedere alla fine proprio io non ce la fo.

Quando vai in gita con la scuola, però, ce la fai sempre. Ce la fai perché fare la figura della mezzacartuccia non se ne parla. Ce la fai perché ci sei andata con tre colleghi maschi, eroici e cavalieri che ti infondono il coraggio e la tenacia di una capra tibetana. Ce la fai perché stare accanto ai ragazzi e guardarli vivere l’età più bella poiché meno cosciente è ancora il tuo spettacolo preferito e ascoltarli mentre al ritorno confessano ci siamo fatt’icculo ma ci siamo divertiti un monte, è ancora una musica che preferisci a quella dell’i-pod.

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