Il giovane (non tanto) favoloso

Pubblicato il 18 ottobre 2014 da antonella landi

Ragazzi, ho tradito la promessa che vi avevo fatto e sono andata a vedere il film dedicato alla vicenda biografica di Giacomo Leopardi.
Ci sono andata insieme a un’amica e non con voi.
Ci sono andata prima che ho potuto, perché non vedevo l’ora, perché ovunque guardassi, leggessi e navigassi ero bombardata da immagini, video e pubblicità che lo reclamizzavano come il film intellettuale a cui non si poteva rinunciare.
E ci sono andata perché Leopardi (lo dico ora ufficialmente e con maggiore convinzione) è il poeta del mio cuore.
Sì, anche Dante. Anche Montale.
Ma Leopardi quando avevo diciassette anni mi s’insinuò nel petto, vi tracciò un solco doloroso che sapevo imperituro, e infatti è sempre qui. Non mi parve mai il poeta del pessimismo spezzettato in tre momenti (individuale, cosmico ed eroico) dalle (peggiori) antologie. Non minacciò mai il mio istinto vitale di ragazza. Anzi, con quei canti di paralizzante sofferenza, m’accese in seno un impeto ottimista che mi portò ogni giorno ad amare l’esistenza con ostinazione ancora più testarda. Nessuna mia insegnante m’impose d’impararne i versi a mente. Ma io quell’Infinito me lo scrissi a pennarello sullo specchio dell’armadio, a forza di guardarlo lo feci mio per sempre e me lo sono ripetuto nei momenti meno facili che ho incontrato camminando.
Quando a scuola arriva il suo momento, a me sale un po’ d’ansia, perché nessun poeta mi travolge come lui e ho sempre la paura di crollare, come un paio di settimane fa, proprio davanti a voi di quinta, quando vi leggevo il Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere e ho dovuto chiedere a te, Tiziano, di proseguire al posto mio, perché io (era più forte di me) piangevo.
E allora scusate, ma sono andata al cinema senza di voi, alla zitta, di soppiatto, senza neanche dirvi che ci andavo.
Ho visto un film che nella parte iniziale prometteva tanto. E nella poltroncina mi sono abbandonata con fiducia, ho raccolto le ginocchia in un abbraccio come quando so di andare incontro a un’emozione forte e ho bisogno di tenermi a qualche cosa che mi regga.
Finché siamo rimasti a Recanati, tutto è andato bene. Leopardi bambino e Leopardi adolescente erano quelli che mi ero sempre immaginata, col volto credibile ed emozionante dell’attore che lo interpretava, la casa e la biblioteca originali che anni fa vidi coi miei occhi, i fratelli Carlo e Paolina e il padre Monaldo molto simili a come li avevo desunti dalla lettura degli epistolari, del diario, dei pensieri.
Ma da Firenze in poi, che peccato. Che discesa rovinosa, che macchiettistico ritratto, che televisiva riduzione. E il periodo napoletano (cronologicamente limitato nella realtà, esageratamente trascinato nel film), che triste buffonata. Che bisogno avevi, Mario Martone, di insinuare così insistentemente il dubbio sull’omosessualità di un poeta tanto immenso? Da che necessità è nata la scena patetica al bordello sotterraneo? Chi se ne frega se Leopardi è morto vergine, è andato a puttane o aveva una componente gay?
La grandezza immortale di Leopardi è altrove, nella sua ironia fulminea, nella sua modernità eterna, nella sua intelligenza mostruosa.
Se sono rimasta fino ai titoli di coda, è stato solo perché Elio Germano è maestoso, nonostante tutto.
Ma con voi, ragazzi, non ci tornerò. E forse vi dirò di non andarci: preferisco che ciascuno di voi conservi in sé il proprio Leopardi, comunque egli sia, e che lo amiate (come lo amo io) o lo detestiate (come lo detestarono in molti), ma solo per quello che vi dicono le poesie strazianti e vitali che nella sua terribile vita ci ha lasciato.

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